Una terrazza lunga un chilometro

Terrazzamenti nell'uliveto

Mi è capitato di leggere due articoli, slegati l’uno dall’altro, che però mi hanno dato modo di trovare un trait d’union e di mettere insieme le parole di questo post.

L’argomento del primo era il rapporto tra architettura e politica. Questa disciplina ha sicuramente un ruolo meramente tecnico ad uso del capitale ma ha anche una funzione politica nel governare i meccanismi di trasformazione dell’ambiente umano con tutto ciò che questo implica. Un suo ruolo potrebbe quindi essere l’analisi critica di tutti i rapporti lavorativi che la attraversano o forse più semplicemente la libertà dell’individuo all’interno di spazi tenuti sempre di più sotto sorveglianza dal dilagare della tecnologia. Possibilità.

Nel secondo articolo l’argomento trattato era l’affetto che ci lega al pianeta. Il maturare della consapevolezza che i nostri gesti e le nostre azioni mirate ad averne cura ci conducono in una dimensione di appartenenza alla natura tutta, calcando un palcoscenico più ampio rispetto a quello ridotto di una ordinaria esistenza scollata da essa. Necessità.

Nell’uliveto che ho condotto insieme alla mia compagna per qualche anno, vi è adagiato uno dei trecentomila chilometri di muretti a secco stimati essere presenti nella nostra penisola. È una piccola parte di quella moltitudine dichiarata nel 2018 dall’Unesco Patrimonio Immateriale dell’Umanità.
Sono fermamente convinto che trattasi di una “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura” che va valorizzata. Soprattutto ora, dopo che ho avuto modo di stringere un rapporto con questi manufatti viventi.

All’inizio non era così. Dati i molteplici crolli che avevano lasciato libero sfogo ad ampie porzioni di terrazzamenti, il mio sentimento nei confronti dei muretti a secco era sì di ammirazione, tuttavia vivevo la situazione dal punto di vista meramente strutturale: un terreno molto impervio, con i muretti lo diventa meno ed è più lavorabile anche se continua ad essere precluso ai mezzi meccanici.

Porzione di muretto a secco

Solamente in seguito, nel ri-movimentare quelle pietre dopo diversi anni da un cedimento che le aveva fatte cadere a terra, ho iniziato a cambiare prospettiva. Si è costretti a ripercorrere sentieri già solcati, con le braccia e con la mente. È la gestualità stessa, l’utilizzo degli stessi (scarsi) mezzi negli stessi luoghi, che ti costringono e sospingono in tempi passati. Riemerge un trascorso da sotto le macerie del muro. Una macchina del tempo che consente di rinsaldare il legame con un territorio e la sua storia.

E poi c’è un presente di natura e di vita. Non si riesce ad immaginare quanta vita c’è dentro un inerte muro se non ne ricostruisci uno: lumache, ragni, scolopendre, lucertole, biacchi, millepiedi, scorpioni, coleotteri, formiche e altri numerosi insetti, larve, uova e una moltitudine di specie vegetali.
Gli ulivi dal canto loro, beneficiano di un microclima particolare nonché del sostegno ad un pugno di terra in più, elemento già così scarso in un pendio calcareo.

Riergere un muro a secco, fatto di soli sassi e di spazi, è un viaggio anche interiore, è un possente contrasto al consumo frenetico della nostra esistenza sempre avida di novità.
La vera novità sta nel volgersi anche indietro, nel rallentare, nell’essere dispiaciuti per dover indossare i guanti e perdere quel contatto pelle/pietra per poi rincorrerlo a lavori ultimati. Sta nel lasciare un varco al biacco che giustamente lento per la stagione non ancora arrivata, si è sporto dalla tana. Oppure nell’avere cura nel non arrecare troppo danno all’ambiente che stiamo ripristinando. Armonia.

Non solo. I muretti a secco, forma di architettura primigenia, conservano nelle loro fessure, quelle più strette, le storie di persone, del lavoro e delle libertà carpite pazientemente nel loro essere immobili durante lo scorrere del tempo.
Tutto ciò non è altro che la manifestazione di un forte, lento e continuo legame tra l’uomo e la Terra.

Muro a secco di contenimento e ulivi

E allora, quando mi affacciavo dalla nostra terrazza lunga un chilometro, riuscivo a vedere al di là delle nuvole, fino oltre l’orizzonte del mare. Sino a vedere quelle braccia di cento anni fa, e forse di più, che mi sporgevano la pietra preziosa che si incastonava perfettamente nel mio muretto a secco.