Monte Circeo

Mare a Torre Paola sul litorale di Sabaudia

Sono salito sul Monte Circeo solamente due o tre volte.
Non si contano invece le volte che, dal posto in cui vivo, solcando con lo sguardo il confine tra terra e mare sulla pianura, l’ho traguardato.
Quasi 47 kilometri verso Sud Est. In linea retta.
Nel guardarlo lo si potrebbe assimilare alle poco distanti isole Pontine arenate poco più all’orizzonte. Specie in alcune giornate in cui sulla pianura ristagna la nebbia e il promontorio sembra completamente circondato dall’acqua. Un tempo sembra che le cose stessero così.

Monte Circeo si erge, come un muro tra mare e pianura, per ben 541 metri.

Per poterne godere occorre sicuramente essere degli escursionisti esperti. Il percorso che ho seguito io e che parte da Torre Paola presenta infatti delle pendenze marcate, soprattutto nel tratto iniziale, e include diversi passaggi esposti.
La vicinanza del mare potrebbe ingannare, tuttavia si tratta di un monte da non sottovalutare assolutamente anche per la presenza di numerose e imponenti pareti rocciose che interrompono la folta macchia mediterranea.

Partire per arrivare sull’orlo del mare e andare in montagna. Nei periodi balneari è bene anticipare le auto dei non pochi che preferiscono stazionare a quota zero o quasi.

Il sentiero che ho seguito, si stacca da una sterrata che proviene dal parcheggio presso Torre Paola. Nel primo tratto sale seguendo la linea di maggior pendenza divorando tutto il versante con esposizione Nord Est e solo sul terminare di questo diviene leggermente meno erto salendo un po’ in diagonale.
Il versante è opposto a quello marino ed è fitto di macchia mediterranea. Lo sguardo è costretto a rimbalzare sugli infiniti intrecci di rami e tronchi senza mai aprirsi. È un ambiente meditativo, interiorizzante.
Gli alberi sono di dimensioni contenute e a tratti ci si può aiutare, nel progredire, aggrappandosi a un tronco valutato ben saldo. Non è difficile immedesimarsi per un attimo nello stile di vita di quel brachiatore che deve essere stato un nostro lontano antenato. A proposito, senza entrare nel merito di rami secchi o meno, non distante da qui c’era un neanderthaliano qualche tempo fa. Forse troppo specializzato per proseguire il suo cammino nel tempo.

Vista panoramica sul lido di Sabaudia dal Monte Circeo

Procedendo si inizia a vedere a monte una fascia luminosa, compresa tra il margine degli alberi e il profilo della montagna, che preannuncia l’uscita dal bosco.
Di lì a poco infatti si giunge sullo spartiacque del pendio. L’habitat è ora popolato da arbusti ed erbe. Il sentiero diviene una sorta di scala con alti gradoni di roccia. Infatti da qui, la terra e l’humus prevalenti nel sottobosco, hanno ceduto il passo ad un fondo soprattutto pietroso.
Da questa posizione si domina la distesa azzurra del mare e il pensiero, sino a poco prima costretto, si espande. Lo sguardo rimbalza da un estremo all’altro dell’orizzonte fino a tuffarsi immancabilmente nel mare per poi riemergerne e tornare di nuovo a soffermarsi sulle anomalie presenti qua e là sulla uniformità dell’azzurro.
Giusto il tempo di qualche onda e il pensiero torna a raccogliersi verso l’anticima per poi essere scaraventato di nuovo a migliaia di chilometri di distanza. La conformazione di questa parte del monte infatti mi ricorda vagamente il Pan di Zucchero.

Fortunamente risulta più accessibile e in poco tempo se ne riesce a guadagnare il culmine. Volgendosi verso la cima si riesce ad intuire il tratto che occorre ancora percorrere. Tutto in cresta. O forse è meglio dire sullo spartiacque dove da un lato vi è il ripido versante che abbiamo percorso all’inizio e dall’altro, a picco, imponenti pareti rocciose. Il sentiero, per un primo tratto in discesa e poi di nuovo in salita per la maggior parte, passa sull’orlo degli strapiombi.

Nel procedere con la dovuta attenzione e concentrazione il godimento del panorama non ne è minimamente compromesso. Il ricordo che ho prevalente di questa trance dell’ascesa è il contrasto tra il tappeto di macchia mediterranea da una parte e quello di acqua dall’altra. E poi il contatto con le rocce che nell’avanzare è impossibile non toccare anche con le mani.

Così procedendo al tratto in salita ne segue uno pressoché pianeggiante tra gli arbusti e infine un ultimo strappo per guadagnare la piazzola della cima.
Da questa posizione si aggiunge alle altre, una nuova visuale. Percorrendo con lo sguardo tutta la cresta del promontorio, nei giorni in cui l’aria è tersa, alzando un poco la mira si può, sembra, scorgere il Vesuvio.

Fiore di cisto

Il rientro come spesso accade è condito ad una leggera malinconia che sopraggiunge man mano che procedendo verso l’auto allentiamo questo contatto così diretto con la natura.

I fiori di cisto appassiscono in un solo giorno.
Il cisto però fiorisce in continuazione.