Fante rei

Radici e piede di un faggio con Fomes fomentarius

Chiacchierando, un amico mi racconta: «Su Monte Lupone si è aperto un buco, un pastore ci accompagnerà alcune persone per verificare di cosa si tratta.» «Caspita! Ma proprio a Monte Lupone?» indago. «Bhè non lo so con precisione. Forse un po’ più in basso, zona Le Fosse.» divenendo un po’ più vago. «Se sì è aperto all’improvviso forse si trova sul tratto di cresta che va dal Rinzaturo a Le Fosse dove ci sono molte doline. Si tratta probabilmente di una dolina di crollo» Ipotizzo.

Anche se con una certa discontinuità e senza che sia mai divenuto per me un chiodo fisso, l’attività di ricerca in superficie di possibili cavità sui Monti Lepini Nord occidentali è sempre stata una mia passione. Il fatto di non essere uno degli attori della scena, quindi, una certa invidia me la metteva. Tuttavia ridimensionando quanto basta ciò che si dice sulle grotte da chi non le conosce, probabilmente si trattava dell’ennesimo falso allarme e comunque non potevo che essere lieto di questo contributo e di esserne venuto a conoscenza. Qualcosa si era aggiunto al mio elenco personale di ipotetici imbocchi. Seppur in modo vago immaginavo l’area di ubicazione e la quota, conoscevo coloro che sarebbero andati a fare il sopralluogo, e chi li avrebbe guidati sul posto. In qualche modo tutte queste informazioni avrebbero potuto dare un contributo alle mie ricerche di montagna.

Un paio di settimane dopo, lo stesso amico mi informa del fatto che il sopralluogo era stato fatto ma non sapeva fornirmi altri dettagli riguardanti profondità e altre caratteristiche. Niente di clamoroso mi sono detto, altrimenti qualcosa in più si sarebbe di certo risaputo. Nel frattempo avevo continuato con le mie ricerche in altre zone senza dare ulteriore peso alla vicenda.

Imponenti resti di un abero morto in faggeta

Nei discorsi tra cacciatori trovano ampio spazio accadimenti, aneddoti e quant’altro legati alla montagna, intesa come teatro di significative esperienze personali nonché di fenomeni degni di attenzione anche se non necessariamente legati alla caccia ma che si siano tuttavia svolti in quello che in un certo qualmodo anche una vecchia legge considera come il loro ambiente.
Evidentemente il famoso buco deve essere rientrato a pieno titolo nella categoria. Quale migliore sfoggio di esperienza faunistica quello di poter vantare la conoscenza di un buco qualsiasi sparso nella vastità delle aree di caccia?
In virtù di tali situazioni, dopo qualche giorno, cconfrontandomi con un cacciatore, ho avuto degli aggiornamenti sull’avanzamento delle esplorazioni: «Quelli che fanno queste cose sono entrati in quel buco e sono scesi per almeno quindici metri. Io ho capito dove sta! Quella zona la conosco bene… dove finisce il vallone. D’inverno soffia. Pensa, hanno detto che dentro, si sente scorrere l’acqua!»
In sincrono con l’attimo in cui dalla sua bocca è sortita l’ultima lettera della parola acqua, già avevo tratto la conclusione che non era assolutamente possibile una cosa del genere, tuttavia al contempo maturava in me la necessità di una verifica diretta.
«Secondo me la possibilità che abbiano sentito l’acqua a quella quota, stando sul crinale, di questi tempi, con un sopralluogo che suppongo abbia interessato un tratto superficiale, è esclusa. Però a questo punto sono curioso di andare a vedere di persona. Ma tu sai il punto preciso?» Ribatto.
«Salendo, non appena termina il vallone, c’è ancora un sentiero, ti allontani un po’, lì sulla sinistra. Così mi hanno detto.»
Praticamente, benché la zona mi fosse abbastanza nota, sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio.

Ombra sul tronco di un faggio

Poco importa. L’indomani infatti, una domenica, con la mia compagna e Brina, la nostra meticcia, decidiamo di andare a fare un sopralluogo e di intraprendere l’ascesa. Dal punto di attacco sono circa trecento i metri di dislivello da percorrere, tutti all’ombra dei faggi, per raggiungere la dorsale nella cui parte iniziale dovrebbe esserci quest’apertura verso mondi ignoti.
Nel partire abbiamo udito il rumore del sopraggiungere di una vettura. Discendeva dalla prosecuzione della strada sulla quale anche noi avevamo proceduto fermandoci però ad un punto intermedio. Il rimanente tratto è infatti più dissestato e comunque fuori dal nostro percorso. Abbiamo atteso e dopo qualche minuto è giunto un cacciatore appartenente alla cerchia che aveva dibattuto sulla novità in questione. Era salito per fare un giro con il cane ed era passato proprio vicino a quel buco. Evidentemente era incuriosito, e benché già lo conoscesse da tempo, aveva deciso di deviare leggermente dal suo itinerario per scattare una foto da portare come trofeo agli amici. La stessa che ha mostrato prima a me e alla quale si sono sommate delle preziose informazioni sulla precisa ubicazione.

Sono passate da poco le sette e il vallone, essendo il versante che affrontiamo rivolto a nord-ovest, risulta essere ancora in una penombra diffusa, squarciata qua e là dai raggi del sole già più alto della sommità verso cui procediamo in direzione nord-est. Procediamo tranquilli grazie anche al sovraccarico dovuto a parte dell’attrezzatura, utile in caso la ricerca avesse dato esiti positivi. Brina invece è un lampo. Fa i conti con l’euforia della sua prima vera e propria uscita in montagna e nell’andirivieni tra noi e le sue perlustrazioni non manca di alzare dei veri e propri polveroni quando come una saetta cerca di arrestarsi presso di noi.
La carenza di piogge si fa notare e sotto lo strato di foglie l’umidità manca totalmente.
Nel procedere mi soffermo a considerare quanto e come dei periodi così prolungati di siccità condizionino la miriade di interazioni e abitudini di questo tratto di bosco. Basti pensare agli spostamenti che gli animali devono affrontare per trovare da bere con queste mutate condizioni. Che dire poi delle piante che spostarsi proprio non possono e devono fare affidamento su dei sistemi di riserva che l’evoluzione ha selezionato per loro.

Di sicuro c’è che una nuvoletta di insetti ha trovato ristoro nel sudore che non manca sulla mia maglia e procede di pari passo con me. Cerco di tollerarli e gli cedo volentieri un po di sostentamento in questa estate così arida.
Sembra assurdo che vi sia un solco così profondo nel canalone. Quando e quali acque possono averlo generato? Certo quando ci sono i temporali di acqua ce ne scorrerà.
In alcuni punti, dove c’è un’ansa e l’acqua presumibilmente subisce un’accelerazione cambiando repentinamente direzione, il limite superiore dell’argine, ora arso, dista dal fondo almeno cinque o sei metri e le radici degli alberi sono messe a nudo. Sembra davvero impossibile, anche considerando che il bacino idrografico a monte di questo fosso non è poi così ampio. Ma è inequivocabile che questo lavorio sia opera di acque intermittenti tuttavia copiose e impetuose e che espongono inoltre il suolo ad una più facile erosione da parte del vento, delle piogge e della gravità.

Faggio abbattuto

Già da qualche tempo qua e là si scorge ciò che rimane dei faggi rubati al bosco. Peccato che, per facilità, ad essere abbattuti in queste circostanze, siano gli alberi più giovani, quelli più comodi e che non ci saranno poi a rimpiazzare gli altri più anziani che per qualche motivo, questa volta naturale, rovineranno a terra. I tempi dei boschi, così come quelli di rigenerazione delle falde, non riescono a sostenere dei ritmi di prelievo accelerati e avidi. Sembra banale e non contemplarlo può essere frutto solo di un’ingenua ignoranza. Tuttavia, mi dico, la natura si rinnoverà sotto altre forme, magari anche “solamente” inerti ma pur sempre natura. Perché tanto tutto è natura, non esiste un dentro e un fuori.
Accompagnati da questi miei pensieri, probabilmente ignari ai miei compagni di gita, dopo circa venti minuti oltre la prima ora, giungiamo laddove il vallone diviene meno ripido, variazione che ci segnala che lo stesso sta quasi per terminare nonché che la zona dove iniziare le ricerche è prossima. Comincio a far mente locale sulle indicazioni ricevute dal cacciatore: giungendo alla sommità del vallone avremmo dovuto trovare il fusto di un albero secco e subito oltre un’ultima vallicella (dolina) da non oltrepassare. Dal tronco secco occorreva poi prendere il versante sulla sinistra (destra orografica) fino a giungere sul crinale che separa i comuni di Cori e Segni. Poi ci sono delle tabelle e da lì occorre procedere in direzione di Rocca Massima su un altro crinaletto e proprio lì c’è un albero con dei numeri e il buco.
Mentre cerchiamo i riscontri alle indicazioni del cacciatore ci giungono dei versi apparentemente simili a grugniti. Meglio legare Brina al guinzaglio per evitare che si spaventi e fugga via qualora si trovasse di fronte un cinghiale. Non è ancora abituata a queste situazioni. Chi stiamo disturbando? Per verificarlo preferiamo cambiare leggermente traiettoria e ci dirigiamo verso una dolina a ridosso del versante che si affaccia sulla pianura Pontina. Nella conca carsica, perlopiù priva di alberi, c’è accumulo di materiale fine e la vegetazione è ancora verde, la terra è più soffice e non mancano i segni del grufolare degli ungulati. Torniamo quindi a procedere nella direzione corretta e riavvicinandoci alla zona precedentemente aggirata avvertiamo ancora un rumore. Questa volta acciottolante, segno che effettivamente ci sono degli animali. Dopo qualche versaccio ad imitare i pastori quando comunicano con gli animali nell’intento di indurli a fare qualcosa, nulla muta. Tuttavia procedendo ancora oltre, dopo aver guadagnato di nuovo una buona visibilità all’interno del bosco, ci si palesa un branco di cavalli (semi)selvaggi. Di ungulati nessuna traccia. Brina può tornare a scorrazzare in libertà benché a debita distanza da eventuali scalciate. Dal luogo dove pascolano ora questi cavalli, al Campo di Segni, un polje di quasi cento ettari, c’è almeno un’ora abbondante di cammino. È sicuramente lì che scendono questi animali per dissetarsi.

Vista sulla dorsale verso Monte Lupone

Dopo l’incontro, ripartiamo nella direzione che riteniamo conduca nella zona dove è ubicato il buco e così facendo raggiungiamo il crinale che si affaccia sul versante segnino. In seguito alla deviazione però, non siamo affatto passati vicino ad un albero secco, elemento che avrei individuato solamente in seguito. Ragionavo sul fatto che se vi dovessero mai essere delle tabelle, uno dei riferimenti suggeritemi, suppongo sarebbero sullo spartiacque che probabilmente segna anche il confine. Nessuna traccia delle tabelle su tutto il crinale sino a raggiungerne il punto più a sud dal quale si gode il panorama in direzione di Monte Lupone e dove questo si ricongiunge alla dorsale principale. Cominciano quindi a maturare dei dubbi se questa sia la zona giusta o meno. Magari la fine del vallone è un’altra e di doline con alberi secchi ce ne sono altre. Più difficile del previsto.

Usciti dal bosco dove la palette dei colori raccoglieva le varie declinazioni del marrone e la luce si caricava del verde delle foglie dei faggi diffondendo una certa morbidezza e uniformità, qui fuori, sotto i raggi diretti del sole che ormai si è alzato, i colori predominanti sono netti, taglienti, attenuati a tratti dal verde delle fronde circostanti. Tra il grigio del calcare e l’oro dei prati arsi si incastona una moltitudine di calcatreppole ametistine che con le loro lame spinose di colore azzurro-violaceo chiudono un quadro cromatico e materico al contempo duro e delicato. In questo paesaggio e ipotizzando di trovare in altri angoli gli elementi ricercati, inizia un susseguirsi di tentativi in ogni dove su un’area molto più ampia e sotto un sole che si sposta sempre di più verso lo zenith. Alla fine, quando ci si accorge di ripassare su tratti già percorsi, la resa non può che essere la scelta più sensata. Ripromettendoci di ritornare dopo aver riascoltato come raggiungere il posto da chi lo conosce già.

Per il rientro optiamo per una discesa che è in pieno sole per un buon tratto. Brina è al suo primo trekking e comincia ad essere un po’ stanca e accaldata tanto da fare sosta all’ombra di tutti i pochi alberi presenti sul percorso. Ha ancora una sua riserva di acqua nel nostro zaino e sicuramente ignora le considerazioni che stiamo facendo mentre beve: dovremmo procurarle un suo zainetto! Ma no!

Calcatreppola ametistina

In meno di un’ora abbiamo quindi raggiunto la macchina e ci siamo avviati verso il paese. Appena giunti abbiamo incontrato un amico al quale abbiamo raccontato la passeggiata.
«Una bella gita, avrei voluto esserci.»
«Possiamo tornarci domani!»
«Purtroppo non ci sono. Oggi pomeriggio?»
«Caspita sono appena sceso. Ma pranzo e ti faccio sapere.»
Durante il pranzo avevo già deciso di tornare, l’idea di dedicare l’intera giornata alla montagna non mi dispiaceva e la curiosità di vedere il buco non si era placata.

Dopo un paio di ore da quando l’avevo spostata, riparcheggiavo l’auto nello stesso posto. Di nuovo abbiamo ripercorso il sentiero e passando riconoscevo tutto ciò che avevo notato al mattino. L’ascesa è stata più diretta non avendo fatto alcuna deviazione come al mattino per esplorare qua e là zone che sembravano promettenti dal punto di vista speleologico. Non avevo avuto modo di sentire di nuovo chi mi aveva dato le indicazioni ma mi ero convinto che quelle che avevo a disposizione erano sufficienti e volevo provare a seguirle alla lettera. Arrivati in cima, dove inizia il vallone, senza nessuna deviazione dovuta agli animali, d’incanto eccoti l’albero secco sulla sella che separa il vallone dall’ultima dolina da non oltrepassare.

Sottobosco in una faggeta

Tutto torna alla perfezione questa volta e sembra assurdo come cambiare itinerario di poche decine di metri sconvolga la percezione di dove ci si trovi. Ora occorreva procedere svoltando verso sinistra. In breve, un minuto, reincrociamo il sentiero percorso al mattino e salutati di nuovo i cavalli raggiungiamo lo stesso crinale. Ora mancano le tabelle e l’albero con i numeri. Prendiamo a percorrere il crinale nella sua parte spoglia e iniziale. Io percorro lo spartiacque il mio compagno si tiene un po più nel bosco, sul versante che si affaccia verso Segni. Di lì a poco due parole si sovrappongono ai nostri passi, a pronunciarle è lui: «Le tabelle.» Un’altra tessera si aggiunge al mosaico. Scendo anche io nel bosco e subito noto quella che mi appare un’altra dolina nella faggeta. Sto cercando, ora, il crinale laterale con direzione Roccamassima e subito lo individuo. Scorgo l’albero secco e non faccio in tempo a verificare se vi sono incisi dei numeri che qualche metro prima arrivo finalmente sul buco. Sopra sono stati posizionati dei rami per evitare che qualche animale vi caschi dentro e a guardarlo sembra degno di un ulteriore sopralluogo.

Ingresso di una grotta

Diversamente dal mattino, un po’ meno fiducioso, nella seconda ascesa non avevo portato con me l’attrezzatura tranne la lampada frontale. Illuminando l’ingresso, che si apre a circa 1100 metri di quota, si nota un salto di 4 o 5 metri con andatura NE che sembra chiudere su un percorso più angusto. Dopo aver fatto le varie considerazioni ne approfittiamo per fare un giro nei dintorni prima di riprendere la via del rientro che questa volta ricalcherà inversamente il percorso all’interno del vallone.
Giunti a Cori nel rientrare verso casa ho incontrato, dove si riuniscono per chiacchierare, il cacciatore che mi aveva dato le indicazioni al mattino e dei suoi amici. Gli ho raccontato la giornata e uno di questi sentendo l’argomento mi ha segnalato un nuovo buco in una zona interessante e che d’inverno soffia!

Ma questa è un’altra storia…