Beata te che vivi fra gli ulivi!

Ramo con olive in collina

C’era una volta…

Quando dico che vivo in collina, in un piccolo paese circondato da uliveti, nel 99% dei casi la reazione è “Beata te!”.

In quell’istante, l’immagine che vedo riflessa negli occhi dei miei interlocutori è più o meno questa:

  • antico casale ristrutturato, adagiato su una collina e circondato dagli ulivi;
  • ritmi lenti, mitezza, sorrisi e convivialità;
  • perfetta armonia con il cosmo e ritorno all’età dell’oro.

Confesso che i primi tempi mi compiacevo un po’ per queste reazioni, piccole iniezioni di autostima che mi confermavano di essere sulla retta via. Di tanto in tanto provavo a dire: «Veramente non viviamo in un uliveto, siamo in paese e ci andiamo quando dobbiamo lavorare in campagna, il terreno è parecchio scosceso, a volte fa molto freddo e altre molto caldo». Ma poi mi dispiaceva un po’, perché mi sembrava di spezzare quel fragile incantesimo che si era creato fra me e loro.

Solo nella nostra mente

Scarponi nell'uliveto

Nella mia vita ho sempre sentito parlare molto di ideali; era un termine così diffuso e talvolta persino abusato che in realtà non mi sono mai interrogata sul suo significato più profondo. Il ché per una traduttrice potrebbe anche essere grave. Cerco di sopperire alla mia mancanza interpellando come sempre l’oracolo, il fedelissimo e pesantissimo dizionario di italiano su carta.

Ideale: nome s.m. Che appartiene o è proprio dell’idea, intesa come entità essenzialmente mentale e spirituale contrapposta alla realtà esterna; quindi, in genere, che non ha esistenza se non nella mente, irreale, astratto.

Una rivelazione. Quindi ho sempre vissuto inseguendo qualcosa che non esisteva? O meglio, ho sempre lottato per qualcosa che era reale solo nella mia mente? Beh, non proprio.

Direi piuttosto che i nostri ideali, che si trasformano lentamente con il passare degli anni, danno forma alla nostra realtà. Sono il nostro modo di costruirla e di influire, volenti o nolenti, sul mondo che ci circonda. Senza di essi non avremmo punti di riferimento, come barchette di carta in un mare in tempesta.

Magari è anche per questo che quando si trasformano siamo così disorientati e facciamo così fatica ad adattarci ai nuovi equilibri. Almeno così mi pare.

Ma torniamo a noi.

Vedo verde.

Cesto di ortaggi

La rivoluzione verde di cui tanto si parla, ha radici parecchio profonde. Gruppi d’acquisto collettivi, agricoltori visionari, comunità (oggi ecovillaggi, che è più trendy) lavorano in questa direzione ormai da qualche decina d’anni.

Fin da piccola sono cresciuta a pane e sostenibilità, nella mia famiglia si parlava di ambiente in tempi non ancora sospetti e anche gli stili di vita non sono mai stati all’insegna degli eccessi. Un substrato primordiale, che ormai parecchi anni fa ha deciso che si era stufato di restare sotto terra e che era giunta l’ora di germogliare.

Sicuramente l’incontro con il mio compagno ha rappresentato un potente acceleratore di questo processo e in qualche modo l’ha reso possibile. Il mio interesse per le questioni ambientali, di equità e sviluppo sostenibile si è fatto più forte. Ho letto molto su questi temi: articoli, manuali, saggi e soprattutto storie. Di persone che provavano a sviluppare un rapporto diverso con la terra e con gli altri uomini, e che ci riuscivano. Ho fatto parte di gruppi d’acquisto solidali, frequentato corsi (come quelli organizzati da Deafal, dalla Libera Scuola di Agricoltura Sinergica “Emilia Hazelip”o dalla Società agricola biodinamica Carlo Noro) e vissuto a stretto contatto con realtà che per me rappresentavano in qualche modo dei modelli di successo.

È ora di sporcarsi le mani!

Mano con finocchietto

Poi, ad un certo punto, ho capito che dovevo iniziare a costruire la mia di storia. Altrimenti sarei diventata una teorica di sostenibilità, ma a me piace troppo la pratica. Mi sembra che l’una senza l’altra non abbiano senso; magari con tempi diversi, ma devono esserci entrambe. Devo mettere le mani in pasta e sperimentare. Sporcarmi le mani.

E devo dire che ho avuto modo di farlo, poiché sui terreni sassosi anche i guanti più robusti in breve tempo si spaccano, e la terra argillosa finisce per impadronirsi delle mani.

All’inizio, nella mia mente c’era una nebulosa di desideri, o ideali che dir si voglia, tra cui:

  • coltivare senza avvelenare la terra e le creature che la popolano;
  • lavorare a contatto con la natura;
  • far conoscere questa realtà all’esterno, raccontandone la storia;
  • portare una porzione di tutto ciò nel mio mondo delle traduzioni e della fotografia.

Nella realtà ho trovato molto di tutto questo e ho trovato anche ad esempio:

  • la fatica per abituarsi ad alzarsi all’alba e imparare a sopportare la stanchezza, il freddo e il caldo;
  • punture di insetti di ogni genere e foggia, eritemi e allergie;
  • dover accettare che il nostro controllo sui fenomeni naturali è limitato;
  • riconoscere che sono necessari tempi lunghi per dare vita a un progetto di agricoltura sostenibile;
  • prendere coscienza del fatto che coltivare significa intervenire sulla terra e sulla pianta;
  • tollerare pause forzate per infortuni e piccoli o grandi problemi di salute.

Ma il lieto fine c’è o non c’è?

Ulivi e cielo

Dallo scontro-incontro tra ideali e realtà e inevitabili battute di arresto, sta prendendo forma questa storia. Una storia tanto impegnativa quanto avvincente. In cui a volte c’è tempo per fermarsi a fotografare quella luce speciale tra i fiori e le foglie. Per sedersi a mangiare in compagnia pane, olio e pomodoro contemplando il bosco, e poi giù la pianura e la striscia scintillante del mare. Osservando quell’universo fantastico che si muove tra i fili d’erba, le pietre dei muretti a secco e le nuvole.

Respirando a fondo e pensando che sì, beata me che vivo fra gli ulivi.